C 21
Sui vetri rimbalza, distorta, l’immagine del mio viso. Quasi si confonde con i tratti di città in movimento. Mi guardo, li guardo, mi guardo, li guardo. Guardo nel tentativo di infrangere il tempo. Ma l’impazienza, dispettosa, cresce nutrita dall’attesa.
Li guardo, mi guardo, li guardo, mi guardo. Sospiro. Penso.
Non posso far altro che convivere col ritmo dei minuti, fino all’ora di lei. Esattamente adesso. Eccola. Puntuale come i miei pensieri, come le mie voglie.
Le sue mani… si, sono proprio le sue mani, bianchissime e morbide, che si affrettano a sistemare quelle ciocche brune ribelli, spinte dal vento oltre la mia immaginazione. Deve essere sempre impeccabile. Perfetta ai suoi occhi come a quelli di estranei e sconosciuti che la osservano estasiati al pari di me. Mentre la guardo, le mie voglie, scivolano lungo tutti i suoi angoli. Ogni giorno scopro confini nuovi, incroci di linee e curve che disegnano, sulla sua pelle, l’itinerario del mio desiderio. Adoro i lacci delle sue scarpe, il suono stridulo della sua risata, le forme buffe dei fermagli in cui raccoglie tutti quei riccioli dispettosi…vorrei conoscere sempre qualcosa in più di lei… ma mi va bene comunque sia fatta! Eppure non corrisponde propriamente al mio ideale di donna. Troppo colorata, troppo esuberante, troppo insolente ma, ugualmente, non riesco a distogliere lo sguardo e i pensieri da lei. Quasi mi sembra di essere affetto da una sorta di sconosciuta ossessione, contro cui non può nulla nemmeno l’abitudine. Sono rapito da tutti i suoi gesti, così impertinenti, e attento ad ogni parola pronunciata dalle sue labbra. Naturalmente rosse. Naturalmente fresche. Naturalmente spudorate.
Una brusca frenata arresta il mio respiro confondendo le parole ed i pensieri. Ricordo. Sono quasi quattro anni che ci conosciamo e in tutto questo tempo non riesco a contare le volte in cui ho pensato di sposarla. Ma la paura di affrontarla mi ha sempre frenato, trasformando la mia voglia in bisogno e il mio desiderio in frustrazione. Un suo rifiuto romperebbe quell’equilibrio faticosamente raggiunto in tutti questi anni e allora aspetto. Aspetto che il tempo faccia il suo corso e che gli eventi scelgano per me.
Sorrido, che strano, sorrido. Che ho da sorridere?
Da bambino ho sempre cercato l’approvazione dei miei genitori e di mio padre in particolare, adesso, dopo quattro anni di amore folle, ancora non gli ho parlato di lei. I miei neanche se la immaginano questa storia… certo, come potrebbero? Ma in fondo non è importante. Spinto da un egoistico bisogno di controllo non potrei condividerla con nessuno, nemmeno con la famiglia.
Saranno queste le emozioni che si definiscono amore? Non lo so… ognuno ha una sua idea di amore, un suo personalissimo modo di esprimerlo e di viverlo… e questo è semplicemente il mio!
Ecco… la fermata di Parco Margherita, lei scende qui, la penultima fermata prima del capolinea, dove invece scendo io… è finita anche per oggi la nostra mezz’ora… fino a domani mattina alle otto non posso fare altro che ricordarla!
Racconto di: Iole Masucci
No related posts.
Vota questo articolo:
















(3 votes, average: 3,33 out of 5)
